DELITTO DI VIA POMA: CHI IDEO’ L’UCCISIONE DI MARTA RUSSO, PER OSTACOLARE LA VERITA’ SULLA MORTE DELLA SEGRETARIA DELL’AIAG, SIMONETTA CESARONI? IL CERCHIO SI STRINGE E TORNA A CONGIUNGERE I PUNTI ESTREMI DELLA CIRCONFERENZA…… LE “NOVITA’” SUL GIALLO DI VIA POMA, ALTRO NON SONO CHE LE IPOTESI DEGLI INQUIRENTI, QUELLE STESSE PER CUI FURONO BLOCCATI, DA STRUMENTALI FATTI DI SANGUE… C’ERA GIA’ TUTTO AGLI ATTI, FIN DA QUANDO SE NE OCCUPO’ IL PM CATALANI! I GIP, PERO’, RIGETTAVANO LE RICHIESTE DEL PM…… IL FAVOREGGIAMENTO COSTO’ MOLTO….. E AI FONDI NERI SI AGGIUNSE IL SACRIFICIO DI MARTA RUSSO….. Agli inquirenti romani nulla importa del telegramma “della Carlizzi”, con richiesta formale di interrogatorio, e “alla Carlizzi” importa ancora meno , facciano pure, ciascuno è responsabile del proprio agire, e dell’immagine che presenta di se stesso alla pubblica opinione, e davanti a Perugina, competente per Roma, cui girerò la mia richiesta “IGNORATA”! Ciò non impedisce che “la Carlizzi” continui a seguire le inchieste su cui ha lavorato, e nelle quali è stata ascoltata come testimone, anzi un motivo in più per ricordare ciò che, se troppo remoto nel tempo, potrebbe essere riciclato come nuovo, o come la tanto attesa “svolta clamorosa”. Meglio abbassare i toni e il clamore, perché il buon senso e la logica, portano a concludere che seppure si recuperasse la verità, tutta poi da dimostrare innanzi in un’aula ai Giudici, dopo 14 anni, nessuno meriterebbe lodi o riconoscimenti, nulla che vada oltre una scarsissima sufficienza. Dunque, innanzitutto c’è da dire che di una via di fuga dell’assassino, alternativa a quella ufficiale dal cancello di via Poma, si parlò già nei primi giorni successivi al delitto, indicando esattamente l’uscita laterale dello stabile, e si specificò anche l’importanza dell’ascensore, e la conoscenza da parte dell’assassino di percorsi interni che potevano conoscere solo due o tre persone…… tutti erano in vacanza, e il conto lo si fece sui presenti, portiere incluso. Si sviluppò una approfondita indagine, anche circa l’assenza di sangue nello studio ove fu ritrovato il corpo di Simonetta, e si escluse che si fosse pulito il tutto così bene e senza fretta, riducendo solo a due, le circostanze possibili: o le coltellate furono inferte dopo la morte della ragazza, o il corpo era stato portato nell’appartamento all’interno 7, già cadavere, evenienza quest’ultima che prese corpo quando si decise di incriminare il giovane Valle, nipote dell’anziano nonno lì residente, e figlio del notissimo avvocato, a sua volta fratello dell’altrettanto noto architetto…… A questo punto, le indagini accertarono anche la vera proprietà dello stabile di via Poma 2, riconducibile ai Servizi Segreti, elemento questo che induce a dedurre che scelta del personale addetto alle mansioni dello stabile, deve necessariamente essere ricaduta su soggetti consapevoli di una situazione di particolare responsabilità, come potrebbe essere per un custode di un museo, o di una qualunque area “protetta”. I numerosi studi legali, siti all’interno di quel condominio, avevano incarichi difensivi in vicende molto delicate e “riservate”. Insomma, per far parte del condominio di via Poma, occorrono determinati requisiti….. e penso di essermi spiegata. Oggi sono convinta, che colui che vidi entrare il 7 agosto del ’90 in via Poma 2, dopo le 17.30, se ebbe qualche ruolo nella vicenda, forse già sapeva dell’accaduto, e si prestò ad allestire uno scenario, diverso dalla realtà dei fatti, ma comunque verosimile. Una mia cara amica, docente alla Sapienza alla facoltà di Architettura, quella sera sentì un amico, e lo trovò sconvolto…… E si discusse anche delle macchioline di sangue, fino a convincersi, dopo la scoperta dei denari nelle cassette di sicurezza della Bnl di piazza Fiume, che l’assassino doveva essere qualcuno da “coprire”, se si fu costretti a pagare qualcun altro…… 400.milioni più 350 milioni, delle vecchie lire…… e non erano pochi! Chi si dovave “coprire”? Il maniaco sessuale? L’amante segreto? L’agente del Sisde? O un appartenente ad una famiglia, già provata, e che non poteva subire un tale scandalo? E se ci si era mossi per far perdere le tracce dell’assassino, naturalmente il presupposto era che lo si conoscesse? Tutto questo per un maniaco sessuale? Appare improbabile. Un agente del Sisde, quel determinato agente? Avrebbe tolto un peso soprattutto al Sisde una eventuale cattura, e poi a quell’ora Simonetta era già morta. E dunque? Rimangono due figure, ambedue pratici del palazzo e dei percorsi, e l’uno, tiene di mano all’altro. In che senso? Torna in ballo il computer: l’ordine (ad uno), era di far sparire quella lista di nomi, e di consegnarlaa chi sarebbe passato nel pomeriggio a prenderla. Questo ci prova, non ci riesce. Subentra l’altro, che trattiene e s’infuoca sulla ragazza,riesce a portarsela in un altro appartamento, mentre il “compare” cerca nell’ufficio dell’Aiag, ciò che gli è stato chiesto e che dovrà a breve consegnare. Dall’altra parte, si concreta il dramma: che fare? Innanzitutto riportare la vittima sul posto di lavoro….. tutto deve apparire convincente, e poiché Simonetta non avrebbe aperto forse nemmeno al fidanzato, si indusse il sospetto portando il corpo esangue nella stanza del capo…..Alt! Come si sarebbero messe le cose? Un capo è un capo, e un capo che dispone di un ufficio in via Poma 2, è un capo di un certo tipo, e avrebbe di fatto complicato le indagini, come fu in realtà. E ripercorriamo adesso, cronologicamente, il percorso intrapreso nel 1991 dagli inquirenti e che seminò il terrore fino a ricorrere ad un altro atroce delitto, pur di distogliere l’attenzione di Ormanni dalle indagini su via Poma, indagini che ormai, stavano scoperchiando cose forse più temibili del delitto stesso. Riportiamo la cronologia delle tappe più significative, così come fu sintetizzata da Beppe Lopez e Francesca Topi, nel loro libro: “Il giallo di via Poma”. 1991 7 marzo, la Cassazione dichiara che il fermo di Vanacore fu illegale. 2 aprile, risultati dei test del Dna: il sangue sulla porta non è né di Vanacore né degli altri indagati. Dopo otto mesi di indagini, si ricomincia da zero. 27 aprile, il Giudice per le Indagini Preliminari Giuseppe Pizzuti, decide di archiviare l’indagine su Vanacore e gli altri cinque, su richiesta di Catalani. 27 novembre, si riapre l’inchiesta su via Poma: il Procuratore della Repubblica, Ugo Giudiceandrea, ha respinto la richiesta di archiviazione. 1992 4 aprile, avviso di garanzia per il ventenne Federico Valle, nipote dell’ingegner Cesare. C’è un supertestimone, “amico di famiglia”, che lo accusa. 8 aprile, il supertestimone Roland Voller afferma che la mamma di Federico, sua “amica”, gli avrebbe detto che quel giorno il giovane era dal nonno e “si è ferito”. 9 aprile, la mamma di Federico sconfessa (?) il superteste, e afferma che il figlio ha un alibi di ferro. 29 aprile, Federico Valle, sottoposto al test del Dna. Spuntano tre nuove tracce di sangue su un telefono dell’ufficio.(…) 30 aprile, Valle scagionato dal test del Dna, non è suo il sangue sulla porta. 28 giugno, confermato da un testimone, l’alibi di Valle. Quel 7 agosto Federico fu in casa tutto il pomeriggio, dichiara l’amica di famiglia Anna Maria Scognamiglio, “e non aveva ferite alle mani”. 30 luglio, il Gip boccia (!!!!) la richiesta di Catalani di sottoporre al test la macchiolina di sangue trovato su un telefono dell’ufficio di via Poma, per accertare se si tratti di una commistione fra il sangue di Simonetta e quello di Valle. 31 luglio, Catalani non molla: ha incaricato un perito di parte di esaminare il supposto “cocktail” ematico. 25 settembre, Valle scagionato: la perizia voluta da Catalani ha stabilito che il sangue sul telefono non è il suo.(…) Forse è di Simonetta, forse di una terza persona.(il compare?) 23 ottobre, Catalani rinuncia all’ultimo momento ai nuovi esami da lui disposti, su richiesta dell’avvocato Valle, per la traccia di sangue sul telefono. Ha accolto la richiesta dell’avvocato dei Cesaroni, preoccupati dal fatto che quest’ennesimo test avrebbe esaurito quelle tracce e impedito successivi, più utili esami. 1993 23 gennaio, Catalani dispone di sottoporre ad esame Valle per stabilire se sulle sue mani vi siano tracce di ferite da taglio. 29 gennaio, i periti rilevano sul braccio destro di Valle una cicatrice. Non è chiara la sua origine né la data in cui può essersela procurata. Chieste nuove indagini: Tac e risonanza magnetica. 9 febbraio, Catalani chiede una nuova proroga dell’inchiesta: altri sei mesi. E’ convinto di poter dimostrare che quella cicatrice sul bicipite destro di Valle non è una semplice smagliatura, ma il residuo di un intervento di chirurgia plastica. 18 marzo, il Gip Antonio Cappiello concede a Catalani altri 45 giorni per indagare sul giallo di via Poma. 3 maggio, Catalani chiede un nuovo prolungamento delle indagini di 45 giorni. 18 maggio, torna in scena Vanacore. Interrogato da Catalani,(Bravo!) convinto che sia stato lui ad aiutare Valle nei momenti successivi al delitto, si avvale della facoltà di non rispondere. 21 maggio, dopo quasi tre anni di indagini Catalani chiede il rinvio a giudizio per colui che ritiene l’assassino di Simonetta (Federico Valle) e per colui che l’avrebbe aiutato nel tentativo di far sparire il cadavere dal luogo del delitto e poi di occultare la verità (Pietrino Vanacore). Valle avrebbe ucciso la ragazza per vendicare la madre. Si sarebbe convinto che il padre, un avvocato, con studio due piani più su di quello dell’Aiag, che aveva abbandonato la moglie, tre anni prima, per una compagna più giovane, se la intendesse con Simonetta. 17 giugno, il Gip Antonio Cappiello(!!!) “ha scritto la parola fine sul giallo di via Poma” respingendo la richiesta di rinvio a giudizio per Valle e Vanacore. 6 agosto, Catalani presenta ricorso contro il proscioglimento. 1994 14 gennaio, una rivista di criminologia(il solito Lavorino?) sostiene che il sangue trovato sul telefono appartiene al figlio del portiere. Ma i periti e Catalani ribadiscono: “Il Dna sul telefono è incompatibile con quello di Mario Vanacore”. 8 marzo, nuova pista per via Poma: col nome di “Veronica” Simonetta si metteva in contatto, attraverso il Videotel, con ignoti amici di mezza Italia. Si indaga sulle “messaggerie erotiche”. Il messaggio “Dead OK” potrebbe essere lo pseudomino di un suo corrispondente. 9 marzo, un magistrato di Bari conferma: “Dead OK” corrisponde allo pseudonimo di un utente Videotel, riuscì anche a parlare con lui e ne fu minacciato. 10 marzo, un giovane tenente afferma di avere agganciato Simonetta con il Videotel. E un professionista di Videotel aggiunge: “Io la conoscevo bene era un’animatrice”. 18 giugno, Valle e Vanacore non c’entrano con l’assassinio di Simonetta: con una sentenza di 63 pagine la Corte d’Appello decide il “non luogo a procedere”, smontando il teorema dell’accusa. Catalani è accusato anche di aver commesso errori procedurali.(Siamo sicuri?) 16 luglio, il Procuratore Generale della Repubblica Nino Calabrese – dopo essersi consultato con i Pm Catalani e Settembrino Nebbioso – ha presentato ricorso in Corte di Cassazione contro la decisione della Corte d’Appello. 10 novembre, viene arrestato per ricettazione e corruzione Roland Voller: era in possesso di documenti riservatissimi relativi all’assassinio della Contessa Alberica Filo della Torre. Vengono evocati oscuri collegamenti fra i due più noti delitti impuniti(i collegamenti ci sono!) degli ultimi anni a Roma, via Poma e l’Olgiata, che coinvolgerebbero servizi segreti e polizia deviata. 1995 31 gennaio. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso contro il proscioglimento di Valle e Vanacore. Intanto carabinieri e Guardia di finanza indagano sull’Aiag. Emergono contiguità di soci e frequentatori con personaggi legati ai servizi segreti. 5 agosto, a cinque anni dal delitto il Procuratore Aggiunto Italo Ormanni e i sostituti Catalani e Nebbioso vogliono riascoltare il colonnello Danese del Sios che segnalò la presenza di un giovane sospetto in via Poma, e indagare sulla pista del computer. Saranno esaminate le intercettazioni telefoniche. Saranno riascoltati tutti, compreso Vanacore. L’inchiesta riparte. 10 agosto, un “corvo” invia un dossier di undici pagine a “Il Tempo” per denunciare tutti i depistaggi effettuati da magistrati e inquirenti su via Poma “per coprire qualcuno molto importante che non doveva assolutamente apparire coinvolto in uno scandalo di proporzioni catastrofiche per la sua carriera”. E consiglia: togliete l’inchiesta alla Mobile.(La Mobile obbedì ad ordini superiori?) 12 agosto, la Mobile sequestra il computer di Simonetta: sarà analizzato negli Usa. Dopo cinque anni, si vorrebbero scoprire gli orari di lavoro di Simonetta e le operazioni da essa svolte quel 7 agosto. 1996 23 febbraio, rivelazione di Erminio Boso,(alla Carlizzi rubano documenti su via Poma, lei fa la denuncia, viene interrogata, e si scopre che qualcuno, bisognoso di soldi, decise di vendere i documenti a chi aveva più risonanza… Il fatto finisce sui giornali, e ”la Carlizzi”si prende la sua rivincita…). Erminio Boso è senatore leghista e vicepresidente del Comitato di controllo sui servizi segreti. Roland Voller, ha avuto soldi dal Sisde, un telefonino dal Viminale, e raccomandazioni dalla Squadra Mobile, in cambio delle sue testimonianze su via Poma.(congetture….) 26 febbraio, rivelazioni di Antonio Del Greco, ex capo della Squadra omicidi: Voller era stipendiato da apparati dello Stato e irruppe nelle indagini su via Poma per distrarre l’attenzione dal delitto dell’Olgiata quando si cominciò a parlare, a tal proposito di Finocchi e dei fondi neri del Sisde. (Da ricordare che su Del Greco e Nicola Cavaliere furono fatte molte speculazioni ingiuste…semmai si doveva guardare più in alto di loro!) 28 marzo, risultati dell’esame sul computer: fu acceso da Simonetta un’ora prima di quanto sinora si era detto (perciò tutti gli alibi sarebbero da verificare) e il primo esame tecnico, compiuto dall’esperto di una ditta collegata anche col Sisde, fu sbagliato. Anzi il computer potrebbe essere stato manomesso per sviare le indagini. Si ricomincerà con gli interrogatori: di Pietrino Vanacore e dei datori di lavoro di Simonetta, dei tecnici del primo esame e del proprietario dell’appartamento di via Poma. 25 maggio, Ermanno Bizzochi è rinviato a giudizio nella causa intentatagli dai genitori di Simonetta, perché lui negava che la ragazza avesse un rapporto di lavoro subordinato con la Reli. 7 giugno, Ormanni e Nebbioso mettono sotto torchio otto testimoni (di cui non si rivela l’identità). (Quattro volte fu interrogata “la Carlizzi” che reperì materiale importante. Ma i giornali, non fecero il suo nome, naturalemente, e dissero “una donna”. Il suo nome sarà fatto solo per massacrarla….! Che schifo…) Riaperte di fatto le indagini su via Poma. 1997 18 aprile, il procuratore aggiusnto Italo Ormanni in persona si è recato in via Poma,(ed era la pista giusta!) per interrogare l’ingegner Cesare Valle, nonno di Federico. Un uomo ormai novantacinquenne, con problemi di arteriosclerosi e di memoria. Si parla di un nuovo giro di colloqui-interogatori e di un rilancio dell’inchiesta. “Le indagini sull’omicidio di Simonetta Cesaroni”, per Ormanni, “non sono mai terminate”. QUESTA FRASE, INNESCO’ NELL’ANTISTATO, L’ORDINE DI DISTRARRE ORMANNI MEDIANTE UN DELITTO ATROCE, UN’ALTRA STUDENTESSA, MARTA RUSSO. NON MORI’ SUBITO….. QUALCUNO IN OSPEDALE LA AIUTO’ A MORIRE, TANTA ERA L’URGENZA DI OCCUPARE ORMANNI A TEMPO PIENO? CHI, POCO DOPO, DECISE DI TRASFERIRE AD ALTRO INCARICO NICOLA CAVALIERE, IN ALTRA CITTA’? CHI TEMEVA NICOLA CAVALIERE? FORSE GLI STESSI CHE TRATTENGONO LA PISTOLA CON CUI SI FERI’ MARTA RUSSO? QUELLI CHE DECISERO DI DISTRARRE ORMANNI DA VIA POMA? CHI FECE CADERE I SOSPETTI SUGLI INVESTIGATORI CHE INDAGARONO FIN DALL’INIZIO SU VIA POMA? AMMIRAGLI……. GIORNALISTI “RISERVATI”….. GESTORI DI DOCUMENTI FALSI? 9 maggio 1997: Alla Sapienza, cade sotto un colpo di pistola, una studentessa. Il caso è tutto di Ormanni, che darà il meglio di sé, alla caccia dell’assassino di Marta Russo. Il Viminale stava col fiato addosso al magistrato, perché si trovasse il responsabile di questo nuovo delitto……. La storia di Scattone e Ferraro, è ancora fresca nella memoria di tutti, né una sentenza ha modificato il popolo degli innocentisti e quello dei colpevolisti, tanti erano e tanti sono rimasti. Alla gente non interessa il fatto tecnico della Giustizia, che pure va rispettato, anche quando aspettando la Giustizia, si spera di inciampare nella verità. Quando si troverà la pistola con cui fu colpita Marta Russo, al di là da chi la usò, allora si capirà chi c’è dietro via Poma! E se Catalani avesse avuto ragione? Altrimenti non c’era motivo di puntare il dito contro di lui….. Certo, una conferma ai sospetti di questo magistrato, giustificherebbe la mediazione dei servizi e degli intermediari, giustificherebbe il passaggio di denaro, dovuto al favoreggiatore, giustificherebbe arringhe, mattoni, progettazioni e tradimenti, giustificherebbe la lite accesa che sentii io quel giorno tra un uomo dalla voce roca e una donna….. che tuttavia non gridò aiuto…. Forse cadde e perse i sensi, forse era già nell’appartamento dell’assassino, mentre nell’ufficio qualcuno cercava il documento….. Non si giustificherebbe invece, il senso di “nuovo” che si pretende di dare in questi giorni, ad una inchiesta le cui rughe sono ben visibili nella sfiducia collettiva……. E’ molto probabile, che si arriverà ad incriminare “due persone”, che oggi avrebbero scontato già 14 anni della pena…… meglio tardi che mai, meglio sapere che restare nel buio, e per questo sarà utile che leggiate il contenuto delle istanze presentate al Ministro Castelli, dalla famiglia Cesaroni, e la risposta che lo stesso Ministro diede…….. e vi renderete conto, che gli argomenti trattati in questo articolo e nel documento allegato, sono gli stessi argomenti, di 14 anni fa, oggi “rimessi a nuovo”…. INTERROGAZIONE PARLAMENTARE Numero: | 405513 | Primo firmatario: | Battaglia | Cofirmatari: | | Data: | 24/02/2003 | Titolo: | Esposto al ministro della giustizia perché venisse disposta un'ispezione amministrativa per il delitto di Simonetta Cesaroni | Tipo: | Interrogazione a risposta scritta | Argomento: | Giustizia e sicurezza | Iter: | concluso | Testo: | Al Ministro della giustizia. - Per sapere - premesso che: Il 7 agosto 1990 fu commesso in Roma un gravissimo delitto che per molti anni e tuttora ha suscitato la commozione e l'interesse dei media, l'uccisione di Simonetta Cesaroni, con ventinove coltellate, in un palazzo nei pressi di Piazza Mazzini, mentre svolgeva il proprio lavoro di inserimento di dati contabili nel computer dell'associazione alberghi per la gioventù; la famiglia Cesaroni ha sempre riposto massima fiducia nei magistrati che svolgevano le indagini per ricercare l'assassino, che però ancora non è stato individuato; avendo seguito lo sviluppo delle indagini, e conoscendo gli atti del processo, la famiglia aveva avuto il dubbio che fossero stati commessi errori o delle negligenze da parte degli investigatori ed aveva, quindi, presentato un esposto al ministro della giustizia perché venisse disposta un'ispezione amministrativa; dopo più di un anno dalla presentazione dell'esposto il ministero aveva comunicato e concesso di prendere in visione l'esito ed il contento della suddetta ispezione consistita nelle dichiarazioni rese dai due magistrati sostituti procuratori della Repubblica -: se sia a conoscenza della denuncia e dell'attività svolta dagli ispettori incaricati; se ritenga che tale attività sia stata conforme al contenuto dell'esposto e se esso possa ritenersi esaustivo rispetto alla richiesta della famiglia Cesaroni. | Discussione: | Risposta. - Dalla disamina degli atti in possesso del Ministero, risulta che l'esposto cui l'interrogante fa riferimento sia quello redatto dal Signor Claudio Cesaroni, padre di Simonetta, datato 16 settembre 2000, esposto pervenuto il 18 settembre 2000 ed assegnato con «preghiera di valutazioni», all'Ispettorato generale, assegnatario, altresì, dell'esposto integrativo inviato dal signor Cesaroni a fine gennaio 2001 (pervenuto il 1o febbraio 2001). Con il primo degli esposti di cui sopra, questi - sul più che generico presupposto della «mancanza di ogni volontà da parte della magistratura e della polizia di trovare l'assassino» - instava affinché fosse ordinata una «ispezione amministrativa sugli atti del processo» al triplice scopo: 1) di verificare se gli organi inquirenti avessero svolto tutte le attività necessarie onde «impedire la distruzione delle tracce di sangue ritrovate nell'appartamento»; 2) di chiarire perché non fossero stati «fatti esami del DNA su alcune persone, nonostante fossero stati richiesti» dal padre della vittima; 3) di approfondire le ragioni che avevano indotto il G.I.P. di Roma - al quale il pubblico ministero all'epoca procedente, il dottor Pietro Catalani, aveva richiesto, in data 20 maggio 1993, il rinvio a giudizio di Federico Valle, essendo risultato da una consulenza tecnica del Pubblico Ministero che il «sangue rinvenuto in traccia sulla maniglia, se commisto con quello di Simonetta Cesaroni, dava perfettamente il DNA del sangue» del Valle medesimo - a non autorizzare né i pur richiesti (dal P.M.) accertamenti in merito alla commistione del sangue del detto Valle con quello della vittima, né gli ulteriori approfondimenti istologici sul braccio del medesimo (che presentava un possibile esito cicatrizzale). Più in generale, infine, l'esponente censurava l'assenza di impulso che aveva a suo avviso contraddistinto l'operato degli investigatori, i quali, sovente avevano atteso le indicazioni «operative» di esso esponente o del suo difensore onde assumere questa o quella iniziativa. Con l'esposto «integrativo» pervenuto il 1o febbraio 2001, sopra menzionato, il sig. Cesaroni enumerava una serie di ulteriori «circostanze o questioni irrisolte» che, a suo avviso, erano state trascurate, o, comunque «non approfondite», dalla magistratura romana, instando affinché anch'esse fossero valutate in questa sede amministrativa (anche al fine di verificare se i suddetti organi inquirenti fossero incorsi in «comportamenti omissivi o devianti»). L'Ispettorato generale, del cui operato l'interrogante si duole, provvedeva ad acquisire le relazioni informative a firma dei magistrati che, in sede investigativa, si erano occupati della tragica vicenda; il dottor Pietro Catalani, che l'aveva avuta in carico sino al 1995, ed il dottor Settembrino Nebbioso, titolare del «nuovo» procedimento penale (n. 3772/95) che era stato instaurato, all'esito del primo, al fine di addivenire all'individuazione di «nuovi o diversi elementi rispetto a quelli già acquisiti nell'ambito del procedimento di cui era stato titolare il dottor Catalani». Orbene, posto che l'interrogante mostra di dolersi della congruità dei sopra indicati accertamenti ispettivi, ritenuti evidentemente non «esaustivi rispetto alle richieste della famiglia», si tratta di stabilire se, per l'appunto, le suindicate informative, a firme dei dottori Catalani e Nebbioso - l'acquisizione delle quali aveva, per così dire, esaurito l'attività istruttoria espletata dall'Ispettorato Generale - potevano considerarsi esaurienti rispetto ai temi prospettati dal signor Cesaroni con gli esposti più sopra menzionati. Egli, secondo quanto chiarito, aveva chiesto di verificare una serie di circostanze - relative in sintesi: al compimento di tutte le attività necessarie onde impedire la distruzione delle tracce di sangue ritrovate nell'appartamento; all'espletamento solo su alcune persone degli esami del DNA; nonché alle ragioni che avevano indotto il G.I.P. di Roma a non autorizzare i pur richiesti accertamenti - che, in realtà, trovavano (e trovano) ampia risposta nel testo delle relazioni approntate dai magistrati investiti della vicenda. In particolare, dalla disamina dell'informativa a firma del dott. Catalani, si evincono agevolmente i motivi posti a base del mancato espletamento degli esami del DNA a tutti i sospettati (motivi consistiti, per l'appunto, nella «esiguità» delle tracce ematiche rinvenute); quanto alle ragioni che avevano indotto il G.I.P. a rigettare le richieste di approfondimento investigativo svolte dal pubblico ministero procedente, ed a prosciogliere il Valle, sembra sufficiente osservare che, dalla disamina della medesima informativa, si desume che le determinazioni del detto organo giudicante erano state ampiamente sindacate - nei successivi gradi di giudizio - nella naturale sede giurisdizionale, ed infine confermate dalla Corte Suprema di Cassazione. Quanto alle ulteriori «richieste», quale quella di cui al primo esposto di conoscere i motivi per cui non era stato fatto tutto quanto necessario onde «impedire la distruzione delle tracce di sangue ritrovate nell'appartamento», nonché quelle, numerose, di cui al secondo esposto, esse afferiscono integralmente al merito dell'attività giurisdizionale espletata presso gli Uffici Giudiziari romani, attività di regola insindacabile in sede amministrativa; talché non può non condividersi quanto, illo tempore, dedotto dall'organo ispettivo - nel testo della nota con cui, in data 29 novembre 2000, aveva proposto l'archiviazione della pratica, ritenendo, per l'appunto, che essa non abbisognasse di ulteriore approfondimento istruttorio - circa il fatto che le pur comprensibili, sul piano umano, «censure mosse dal signor Cesaroni all'operato degli inquirenti si presentino, sostanzialmente come generiche critiche all'attività giudiziaria investigativa e non indichino comportamenti abnormi o illeciti dei vari magistrati che si sono nel tempo occupati della vicenda». Valutazione questa che, benché espressa in data antecedente alla ricezione del secondo esposto inviato dal padre della vittima, appare senz'altro estensibile al contenuto di quest'ultimo. Il Ministro della giustizia: Roberto Castelli. |
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